Dimensioni

In un’epoca in cui sembrano cambiare termini e senso dei termini del discorso pubblico, ci si può chiedere se ‘arte’, ‘città’, ‘storia’, in corrispondenza tri-univoca o plurima, possano contribuire a una riflessione di cui andrebbe dimostrata la necessità, posto che la si senta e sempre che non sia dato scoprirne l’urgenza grazie a un lavoro non censito negli indici dello spettacolo reale o virtuale.

Che è quanto accade con le mostre da qualche anno promosse dall’Associazione Culturale “Delfare”, che mette arte e artisti sotto gli occhi della città – che possono continuare a restare ermeticamente chiusi, beninteso. Può perfino essere di conforto constatare come sia ancora possibile bypassare i canali ordinari della grazia accademica o galleristica senza, perciò, confluire nella dimensione digitale che si annette gli spazi di ciò che poteva rivendicarsi come pensiero critico, laddove la riduzione della distanza fisica misura l’abbattimento delle barriere di categorie e teorie, nel cui nome rivendicare una preferenza o consentirsi una preclusione. La blogosfera, il web schiudono orizzonti più vasti di quelli che può permettersi l’esperienza reale, sua depressa e deprimente provincia: e nell’illudere l’individuo atomizzato perbene, fagocita pubblico e pubblicità, privato e privilegio di nascita o morte dell’arte in tempo reale – nessuna messinscena ci è stata risparmiata in tal senso, non aspettando che comparissero quali attori protagonisti le stampanti 3d o i computer che riproducono a richiesta opere secondo la filosofia della composizione e le costanti di stile dei geni che, fossero Dante, Mozart, Raffaello, potevano disporre liberamente dei caratteri di cui, da ora in avanti, sarà uno stupido attrezzo super-intelligente a profittare.

C’è un luogo: la città: e qui, uno dei suoi spazi architettonici più belli, Palazzo Minoriti: la città che è della gente che ci vive o si trova a condividere un’esperienza – “Delfare”, appunto, come traduzione in pratica del mandato dell’etimologia della téchne. E c’è chi tenta di contribuire a fare di un luogo determinato uno spazio di comunicazione, di riflessione, di confronto, di riappropriazione come sede di un incontro, chissà, fra sconosciuti – e va bene così – o gente (artisti e potenziali interlocutori) che non si vede da diverso tempo – ammesso anche l’errore di persona. Questo atto di fede nei valori della convivenza umana all’interno di un contesto urbano e nel valore dell’arte in varie e eventuali declinazioni disciplinari e linguistiche dispensa dal dichiarare o dall’assumere canoni e esprimere giudizi di valore, fossero solo ergonomici. Dalle tele si protendono colori e figure; sculture e installazioni ci aspettano senza lasciarsi prendere dalla fretta, da cui non pretendono di esorcizzarci; possiamo soffermarci su ceramiche passate al vaglio di fiamme più inappellabili delle nostre vicissitudini ipercaloriche perché ciò che è chiamato a fargli da sfondo o da cornice o magari, da testimone debba temerle.

Non preferendo un monitor ai nostri liberi pregiudizi, come invito a uscire dal chiuso di un display, può bastare.

Rocco Giudice.